Piacenza, 23 settembre – Con la sentenza n. 127 del 2026, depositata il 16 luglio scorso e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 22 luglio, la Corte costituzionale ha dichiarato infondate le questioni di legittimità sollevate dal TAR Lazio contro il divieto di installare impianti fotovoltaici con moduli a terra nelle aree classificate agricole. Il contenzioso era nato dai ricorsi di alcune società del comparto fotovoltaico contro il decreto ministeriale del 21 giugno 2024, che applicava la norma introdotta dal decreto-legge n. 63 del 2024 a tutela del suolo agricolo: secondo le ricorrenti, il limite avrebbe ostacolato il raggiungimento degli obiettivi europei di decarbonizzazione. La Consulta ha respinto questa tesi, chiarendo che il divieto non riguarda la produzione di energia solare in sé, ma soltanto la tecnologia che sottrae il terreno alla coltivazione: restano infatti pienamente ammessi gli impianti agrivoltaici con moduli sollevati da terra, capaci di garantire la continuità di coltivazioni e pascolo.
«È una pronuncia che va nel solco di quanto sosteniamo da tempo — rileva il presidente di Confagricoltura Piacenza, Umberto Gorra —: le rinnovabili restano una leva importante per le imprese agricole, ma la produzione di energia non può avvenire a scapito di quella alimentare.»
I numeri aiutano a inquadrare correttamente la questione. Secondo l’ultimo rapporto Ispra -Snpa sul consumo di suolo, nel 2024 il fotovoltaico a terra ha determinato 1.702 ettari di nuovo consumo di suolo, l’80% dei quali ricavati da superfici in precedenza agricole, pari al 20,3% del consumo di suolo registrato in Italia in quell’anno, per un’occupazione complessiva che sfiora i 19mila ettari a livello nazionale, di cui oltre 1.700 in Emilia-Romagna. Sul fronte opposto, l’agrivoltaico è la tecnologia che il Pnrr sta effettivamente sostenendo: nelle graduatorie aggiornate del bando dedicato risultano ammessi 536 progetti per una potenza complessiva di 1,59 GW e un contributo concedibile di circa 801,7 milioni di euro, a fronte di un obiettivo minimo fissato a 1,04 GW entro il 30 giugno 2026.
«Questi dati dimostrano che la strada è già tracciata — argomenta Gorra —: l’agrivoltaico non è un compromesso al ribasso, ma la tecnologia in grado di far coesistere pannelli e agricoltura sullo stesso ettaro, restituendo all’azienda agricola un doppio reddito senza intaccarne la vocazione produttiva. Certo, anche questo tipo di infrastrutture va contemperato con alcune vocazioni produttive e le installazioni non sono pensabili indistintamente per ogni tipo di terreno agricolo. È questa la circolarità che ci interessa: non un’alternativa tra energia e cibo, ma un punto di equilibrio che valorizzi entrambi ed è su questo modello che le nostre aziende stanno già investendo.»
Alla soddisfazione per l’impianto della sentenza si accompagna comunque un’attenzione, condivisa anche a livello nazionale dalla Confederazione, su un effetto collaterale della disciplina: il divieto, applicato senza distinzioni sulla base della sola classificazione urbanistica, finisce per colpire anche i piccoli impianti a terra che diverse aziende agricole avevano intenzione di realizzare o programmato per l’autoconsumo, non certo per finalità speculative.
«Chi coltiva la terra da generazioni non è chi minaccia il suolo agricolo — conclude Gorra —. Manca ancora una distinzione netta tra chi specula sul territorio e chi installa pannelli per alimentare la propria stalla o per le altre necessità aziendali: è su questo punto specifico che chiediamo un intervento correttivo, perché il fotovoltaico deve restare uno strumento nelle mani dell’impresa agricola, non un limite indistinto per chi il suolo lo cura ogni giorno.»
