Piacenza, 06 luglio 2026 – A giugno si è tenuta presso l’agriturismo Battibue di Fiorenzuola d’Arda la terza serata della XVII edizione di “A Cena con la Scienza”, il ciclo di incontri promosso da Confagricoltura Piacenza in collaborazione con Agriturist. Relatrice della serata Tullia Iori, storica delle costruzioni e dell’ingegneria, professoressa ordinaria all’Università di Roma Tor Vergata — dove è anche prorettrice alla didattica e coordinatrice del dottorato di ricerca in Ingegneria Civile — e tra i massimi esperti italiani di storia dell’ingegneria strutturale del Novecento.
Per gli imprenditori agricoli, il tema delle infrastrutture non è mai una questione astratta. La capacità di un territorio di collegarsi ai mercati, di muovere merci in modo efficiente, di integrare le proprie produzioni nelle filiere nazionali e internazionali è una condizione strutturale di competitività. In questo senso, la storia dell’ingegneria civile italiana — con le sue stagioni di eccellenza, le sue contraddizioni politiche e le sue incompiute — riguarda anche chi lavora la terra e ha bisogno che il Paese funzioni. La serata, nella meravigliosa cornice dell’agriturismo Battibue, ha offerto una chiave di lettura preziosa: quella dei ponti come indicatori sensibili della salute economica, della capacità progettuale e della coesione di un Paese.
Al centro dell’intervento di Iori una narrazione densa e appassionante: la storia dello sviluppo dell’ingegneria strutturale italiana letta attraverso la lente dei ponti, intesi insieme come opere tecniche, oggetti di design e documenti di storia economica e sociale. Il punto di partenza è il dato materiale: l’Italia dell’Ottocento era priva di ferro e carbone, le materie prime che alimentavano la rivoluzione industriale e la grande stagione delle costruzioni metalliche in Europa. In assenza di quelle risorse, l’ingegneria italiana rimase a lungo imitativa, incapace di sviluppare un proprio linguaggio strutturale. La svolta arrivò nel 1892 con l’invenzione del cemento armato: un materiale di cui l’Italia era invece ricchissima, disponibile in ogni regione del Paese. Da quel momento, l’ingegneria italiana cominciò a costruire la propria identità.
Il percorso tracciato da Iori ha attraversato le tappe decisive di questa parabola: i ponti in cemento armato del primo Novecento, la stagione dell’autarchia che — privando gli ingegneri dell’acciaio d’armatura — li spinse a reinventare le proprie tecniche, elaborando la resistenza per forma e il cemento armato precompresso; il Piano Marshall e la ricostruzione postbellica, con la perdita di dodicimila ponti di ogni epoca; e infine il boom economico, quando l’autostrada del Sole fu costruita tra il 1956 e il 1964 in soli otto anni, con oltre quattrocento ponti lungo ottocento chilometri di tracciato. Una stagione in cui le opere di Pier Luigi Nervi, Riccardo Morandi, Silvano Zorzi e Sergio Musmeci erano studiate e ammirate in tutto il mondo — presenti in proporzione sproporzionata rispetto alle dimensioni del Paese nelle grandi mostre internazionali di ingegneria — e i ponti italiani erano riconosciuti come oggetti di design oltre che di tecnica: disegnati nel paesaggio con una cura formale che li rendeva unici.
Iori ha poi ricostruito con altrettanta lucidità il momento in cui quella stagione si interruppe: lo statuto dei lavoratori del 1970 che triplicò il costo della manodopera intensiva, l’esplosione delle matricole universitarie che trasformò la formazione degli ingegneri, le normative antisismiche che bandirono il ponte ad arco. Un insieme di trasformazioni che segnò la fine di un’epoca irripetibile — quella in cui l’ingegneria era parte integrante del racconto del Paese, gli ingegneri erano figure pubbliche ascoltate, e costruire bene significava costruire in fretta, costruire bello e costruire insieme.
È in questo quadro storico che la professoressa Iori ha collocato la questione del Ponte di Messina, affrontata nella parte conclusiva della serata. Già nel 1969, nel pieno della stagione d’oro dell’ingegneria italiana, fu bandito il concorso per l’attraversamento stabile dello Stretto, con la partecipazione di 125 gruppi da tutto il mondo: una risposta alla credibilità internazionale che l’Italia si era guadagnata sul campo. Tra le proposte premiate emerse quella di Sergio Musmeci, che con la stessa genialità con cui aveva concepito il celebre ponte di Potenza identificò con precisione il nodo tecnico ancora irrisolto: l’oscillazione della campata centrale in un ponte sospeso di quella luce non è controllabile con le tecnologie allora disponibili, e pone seri interrogativi per il transito ferroviario. Il dibattito finale, arricchito dall’intervento dell’ingegner Mario de Miranda presente in sala insieme a numerosi altri colleghi, ha approfondito le criticità tecniche dell’attuale progetto — rimasto sostanzialmente quello del 1992 — e la necessità, prima di procedere, di una valutazione rigorosa che restituisca la questione alla sua dimensione tecnica, sottraendola alla logica delle appartenenze politiche che ne ha dominato il dibattito pubblico negli ultimi decenni.
“La serata ha confermato la forza di una formula che unisce rigore scientifico, qualità dei relatori e contesto conviviale – ha sottolineato Michele Lodigiani, agronomo e coordinatore di A Cena con la Scienza -. Tullia Iori ci ha offerto uno sguardo inedito sulla storia del nostro Paese attraverso le sue infrastrutture: un Paese che quando ha saputo fare sistema ha prodotto eccellenze riconosciute in tutto il mondo, e che oggi ha bisogno di ritrovare quella stessa capacità di condivisione per affrontare le sfide che ha davanti. Per chi lavora in agricoltura, questa lezione vale in modo particolare: le grandi opere si costruiscono quando c’è un progetto comune, non quando diventano simboli di contrapposizione”
Il pubblico ha seguito con attenzione la relazione, partecipando al dibattito finale con domande che hanno toccato le alternative progettuali, le implicazioni sismiche e il confronto con esperienze internazionali analoghe, a conferma dell’interesse crescente che accompagna l’iniziativa da diciassette edizioni.
Il ciclo dà appuntamento dopo l’estate con il quarto incontro, in programma venerdì 18 settembre presso l’agriturismo La Rondanina di Castelnuovo Fogliani. Al centro della serata il tema “Uomini e caporali – Agricoltura, lavoro nero, lavoro vero”, con Leonardo Palmisano, sociologo e scrittore esperto di caporalato e sfruttamento del lavoro: un tema che tocca direttamente le priorità degli imprenditori agricoli e la necessità di filiere trasparenti, sostenibili e legalmente integrate.
Sul canale YouTube di Confagricoltura Piacenza è possibile rivedere la registrazione del terzo incontro: https://youtu.be/_x7v9l_XQ8g
