Confagricoltura: Il caporalato si combatte anche colmando le carenze del sistema

“Il caporalato non si combatte soltanto con controlli, verifiche e sanzioni. Certamente la legalità va garantita e chi sfrutta consapevolmente i lavoratori deve risponderne, ma occorre soprattutto mettere le aziende nelle condizioni di reperire manodopera, formarla e garantire ai lavoratori servizi adeguati di accoglienza, alloggio e trasporto”.

Questa la presa di posizione di Confagricoltura Parma sul tema del caporalato, tornato di stretta attualità a livello nazionale ed europeo negli ultimi giorni con il dibattito aperto in merito alla condizionalità sociale, ossia il principio che vincola la concessione dei pagamenti diretti della Pac al rispetto di norme relative alle condizioni di lavoro e di impiego dei lavoratori agricoli, incluse la salute e la sicurezza sul lavoro.

“Il “caporale” – sottolinea Roberto Gelfi, presidente di Confagricoltura Parma – è una figura di intermediazione tra le aziende che cercano lavoratori e le persone che offrono il proprio tempo e le proprie competenze. Ha prosperato anche perché ha occupato uno spazio che il sistema pubblico e privato del mercato del lavoro non è stato capace di presidiare. Questo dobbiamo dircelo con franchezza, altrimenti sarà difficile affrontare il problema alla radice”.

Una parte considerevole della manodopera agricola è costituita da lavoratori stagionali, spesso stranieri, che devono trasferirsi e trovare una sistemazione vicino ai luoghi di lavoro. “Se non offriamo loro canali regolari di accesso al lavoro, formazione, alloggi dignitosi e possibilità di spostamento – evidenza Gelfi – continueremo a lasciare spazio a chi trasforma questi bisogni in occasioni di sfruttamento. Non dobbiamo sottovalutare neppure la dimensione culturale del fenomeno. Le difficoltà linguistiche e di integrazione rendono spesso i lavoratori immigrati dipendenti da connazionali che si propongono come intermediari e mediatori culturali, ma che finiscono per esercitare forme di controllo economico e personale, talvolta già nelle procedure legate al cosiddetto decreto flussi. In alcuni casi, il datore di lavoro è persino inconsapevole delle somme che i propri collaboratori sono costretti a versare a questi intermediari”.

Occorre dunque cambiare prospettiva: formazione e conoscenza della lingua già prima dell’arrivo in Italia, accompagnamento attraverso mediatori culturali, collaborazione con le aziende per favorire l’accoglienza e soluzioni accessibili per la mobilità dei lavoratori devono diventare parte integrante di una moderna politica del lavoro agricolo.

“È una responsabilità che riguarda le istituzioni, le organizzazioni datoriali e il territorio nel suo insieme – conclude Gelfi -. Non possiamo pensare che un fenomeno con radici economiche, sociali e culturali possa essere risolto soltanto attraverso la repressione. Di fronte allo sfruttamento del lavoro servono certamente controlli, tribunali e sanzioni, ma serve anche il coraggio della politica di riconoscere le carenze del sistema e proporre soluzioni nuove. La legalità non deve essere soltanto un obbligo da rispettare, ma una condizione concretamente praticabile e un vantaggio per tutti: per i lavoratori, per le imprese e per i territori”.