PUG e Territorio rurale

Agricoltura: quale contributo alla rigenerazione e al riuso?

E’ questo il tema che si pone in modo forte nell’ambito delle analisi che stanno emergendo nei primi passi di una legge che porta chiaramente con se alcuni punti innovativi. Una legge che rinnova gli strumenti urbanistici che non hanno più la mera funzione di regolamentare lo sviluppo, che ha significato nel passato soprattutto e se non solo, espansione, ma che vuole invece regolamentare un riordino e una valorizzazione con funzioni di tutela e risparmio delle risorse. Insomma una legge che pone il “riciclo” come approccio sostanziale che si fissa in quella architrave principale che denominiamo, forse in modo tautologico, con il termine di sostenibilità. Ecco quindi la necessità di produrre alcuni appunti, che esprimono pensieri, forse divisivi, ma sicuramente utili per evadere da quella dalla vacuità che il termine appunto di sostenibilità talvolta spesso ci raffigura.

Maglia poderale, interferenze e reticolo idraulico: gli effetti indiretti e indesiderati dell’urbanizzazione!

Nell’ambito di questi nuovi traguardi il territorio rurale diventa non più elemento subalterno ma intimamente connesso nel sistema più grande. E’ forse questo il postulato più importante da mettere in evidenza per non subire ancora una volta gli effetti indesiderati dell’urbanizzazione. Un territorio, quello agricolo, che ha sempre subito il carattere univocamente espansivo dell’urbanizzazione che ha “stritolato” molte delle unità poderali che hanno dovuto cedere, non solo al costruito, ma anche e soprattutto all’invasività delle arterie necessarie poi per innervare quel territorio ora conquistato dall’urbanizzazione. Un dato questo non calcolato nell’ambito dei così detti oneri di urbanizzazione che si sono sempre incentrati nei servizi comuni tralasciando i danni che tutto ciò avrebbe provocato sulle aziende diventate spesso relittuali in termini di appoderamento e alle prese con costanti interferenze esterne che hanno creato e creano tuttora grossi grattacapi ai processi produttivi. Ma purtroppo c’è di più. Non sfugga infatti il tema della sofferenza del reticolo idraulico. Cementificazioni e asfaltature, ma anche tombinature dei collettori stradali, hanno impresso una diversa dinamica al deflusso delle acque meteoriche. E’ noto a tutti infatti come la velocità dell’acqua su superfici impermeabili sia 10 volte maggiore di quella su terreno agrario. Inutile ribadirne le conseguenze: ci si allaga più di prima costringendo a preventivi interventi di drenaggio (talvolta addirittura tubolari) per ridurre gli effetti di un quadro reticolare idraulico diventato quindi molto fragile. Insomma gli oneri d’urbanizzazione sono stati pagati ai Comuni ma sono stati subiti dagli agricoltori che oggi si trovano aziende più frammentate, e quindi più costose per la meccanizzazione, con maggiori interferenze, per la presenza di insediamenti umani e strutture viarie (si pensi alla continua presenza di rifiuti bordo strada), e con maggiori difficoltà di regimentazione delle acque con relativi maggiori costi, rispetto al passato, per ottenere un deflusso delle stesse pari a quello che si aveva prima. Ecco quindi che la nuova legge urbanistica non deve compartimentare il territorio rurale in un semplice e sintetico articolo di legge ma lo deve coinvolgere in ogni azione urbanistica futura conteggiando anche quegli oneri di urbanizzazione che gravano sul forese.

 

 

Patrimonio edilizio rurale: un patrimonio non sfruttato

All’interno di questo quadro, sicuramente non confortante, si inserisce la nuova legge che pone come obiettivo il tema del consumo zero di territorio. In verità possiamo forse meglio definirlo più puntualmente a ”saldo zero di territorio”, indicando con questa locuzione proprio l’eventuale somma aritmetica fra il costruito e l’abbattuto. Proprio in questo ambito tanto può fare il patrimonio edilizio rurale che risulta di dimensioni importanti spesso inutilizzato e talvolta anche incongruo. Sotto questo profilo il contributo del territorio agricolo è stato come dire anestetizzato. Le percentuali previste nell’articolato paiono irrisorie, frutto più di una necessità di contemplare una opzione che di renderla effettiva.  Una grave mancanza anche perché questo contributo potrebbe essere speso per un eventuale sviluppo urbanistico del territorio non a consumo zero ma a saldo addirittura negativo. Il contributo potrebbe essere non solo utile al territorio urbano ma anche a quello agricolo per quelle aziende che con il loro sviluppo imprenditoriale avrebbero magari necessità maggiori rispetto alle altre. Un contributo che potrebbe ricomprendere anche un intervento di rinaturalizzazione sui terreni cedenti la capacità edificatoria garantendo non solo crescita edilizia a saldo negativo, ma la rigenerazione ambientale di quelle superfici con interventi tesi a favorire la biodiversità.

Eccesso vincolistico: problema ambientale!

Può risultare un paradosso ma è purtroppo un tema che analizzato in controluce porta a conclusioni inaspettate. L’approccio vincolistico è stato spesso utile al sistema generale per preservare e valorizzare il bene comune paesaggio, con la controindicazione però di costituire talvolta una marginalizzazione delle attività agricole che hanno finito per abbandonare i luoghi portando al degrado quella parte del paesaggio di produzione antropica, così caro e utile per lo sviluppo esperenziale del turismo dei luoghi, e generando, indirettamente, una serie di inevitabili problemi ambientali primo fra tutti quelli di natura idrogeologica. Alcuni ambiti hanno molto sofferto per questo tipo di approccio, eccessivamente rigoroso e vincolistico (si pensi alla zona collinari periurbane), portando il contesto in un abbandono tangibile non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche e soprattutto idrogeologico. Un tema da “sdoganare”, cercando il giusto riequilibrio che è mancato in certi passaggi della nostra storia urbanistica. Forse questo approccio può contribuire a rendere meno vacuo il termine sostenibilità.

Il Pra: uno strumento poco sostenibile!

In merito alle procedure, pare giusto segnalare l’estrema complessità di redazione del PRA che rappresenterà lo strumento principe della maggior parte degli interventi in zona agricola. Il piano consta di ben 4 relazioni e comporta anche l’asseverazione da parte di un tecnico iscritto all’albo. Ma oltre al tema burocratico sorge anche quello della certezza del titolo abilitativo. L’approvazione del PRA avviene in automatico salvo poi l’eventuale controllo ex-post da parte delle amministrazioni comunali così come citato nella delibera 29 aprile 2019 n° 623 della Regione Emilia-Romagna. L’inosservanza dei contenuti del PRA determina difformità del titolo edilizio e quindi ripristino dei luoghi. Insomma, una situazione non certo confortevole. Quello che preoccupa è l’alveo interpretativo che potrebbe generarsi nei controlli ex-post poiché nella relazione tecnica asseverata compaiono termini molto generici quali: coerenza e ragionevolezza, termini nobili ma certamente forieri di interpretazioni che se svolte nella fase ex-post potrebbero generare non pochi problemi.