L’allarme dei vallicoltori: “Non c’è più un mercato: la pesca è ferma. In più mareggiate e uccelli ittiofagi minacciano questa storica attività”

Stavolta l’Sos non arriva dai pescatori di mare ma da quelli meno conosciuti, i vallicoltori dell’Alto Adriatico. «Siamo stati costretti a fermare la pesca: è mancata la richiesta nel periodo delle feste e – spiega Paolo Ciani, rappresentante dei vallicoltori di Confagricoltura Emilia Romagna – non c’è più un mercato per il pesce delle valli costiere nonostante l’alta qualità del prodotto: branzini, spigole, orate, sogliole, anguille e cefali nelle diverse specie».

Sono pescatori pressoché “invisibili” i vallicoltori. A costoro il Covid sta portando via tutto e insieme a loro rischia di scomparire un’attività imprenditoriale che dura da secoli, fonte di reddito per gli abitanti delle zone umide dislocate lungo la costa emiliano-romagnola e nelle sue aree interne, su una estensione d’acqua di oltre 22 mila ettari circa che va da Goro a Cervia passando per Comacchio. La vallicoltura è una forma di acquacoltura estensiva il cui ciclo produttivo comincia in primavera con la “semina” degli avannotti, all’interno delle aree lagunari, dove il pesce si alimenta e cresce in maniera naturale per poi essere pescato, dopo almeno tre anni di vita, con metodi tradizionali di cattura (es. il lavoriero). È una attività antica che concorre a preservare un ecosistema di notevole pregio naturalistico, ricco di biodiversità. Il prodotto ittico che se ne ricava ha un elevato valore nutritivo e biologico.

L’allarme lanciato da Paolo Ciani invoca il sostegno a una produzione tipica dell’Emilia-Romagna, di estrema rilevanza sotto il profilo ambientale, sociale ed economico. «La crisi ha azzerato la redditività delle nostre imprese. E pensare che fino a qualche decennio fa la produzione annua si aggirava addirittura sui 2 quintali di pesce a ettaro, ora – continua il vallicoltore – fatichiamo a raggiungere i 40-50 kg/ha. La vallicoltura è messa a dura prova non solo dal crollo del mercato del pesce, ma anche dagli effetti del cambiamento climatico, dalle frequenti mareggiate, che minacciano l’equilibrio ecologico della valle, strettamente connesso a una corretta gestione idraulica che, per le finalità della vallicoltura estensiva, deve mantenere la salinità in un preciso intervallo di valori, durante tutto l’anno».

Le avverse condizioni climatiche e l’incuria rappresentano dunque un pericolo reale spesso all’origine di morie ittiche massive. Per via dell’erosione marina, la foce del Reno è arretrata di 3 chilometri (in 40 anni) e adesso le onde del mare minacciano di sovrastare la statale Romea, con rischi per l’intera collettività. Ciani si rivolge alle istituzioni regionali: «È necessario un intervento strutturale a salvaguardia della nostra costa. Finora sono stati gli imprenditori a pagare le arginature affrontando anche costi aziendali molto alti fino a 80 mila euro al chilometro. Ci aspettiamo inoltre una importante opera di manutenzione alla foce del canale di Bellocchio tra le valli di Comacchio e il mare». In più la vallicoltura deve fare i conti con le predazioni sul pesce da parte degli uccelli ittiofagi (in primis il cormorano che è specie protetta). «Quanto al risarcimento dei danni arrecati alle aziende, si richiede di rivedere il regolamento regionale in vigore che prevede l’indennizzo del 30% massimo del contributo spettante qualora la superficie valliva venga destinata in tutto o in parte all’attività venatoria, come pure l’eliminazione dei massimali degli aiuti “de minimis” per la questione specifica: il rimborso copre fino a 30.000 euro in tre anni e non è assolutamente sufficiente».

Confagricoltura Emilia Romagna vuole accendere i riflettori su questo importante comparto produttivo che peraltro si inserisce a pieno titolo nella strategia della prossima Pac, per lo sviluppo sostenibile dell’acquacoltura europea, poiché si configura come esempio fondamentale della possibilità di interazione tra attività antropica e conservazione ambientale.

Così il presidente regionale Marcello Bonvicini: «Chiediamo alla Regione di lavorare a una strategia di valorizzazione della vallicoltura condivisa con i produttori, gli istituti scientifici delle Università e la pubblica amministrazione, che possa fin da subito concretizzarsi nella costituzione della prima organizzazione di vallicoltori dell’Emilia-Romagna. L’idea progettuale non può prescindere dalla richiesta di nuovi stanziamenti, per fornire ai vallicoltori gli strumenti operativi e le risorse necessarie a distinguere il prodotto di itticoltura estensiva sul mercato, in linea con gli indirizzi del Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca, FEAMP 2021-27, e l’orientamento del Mipaaf».

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