Corsa del bio in Emilia-Romagna: oltre il 20% in più di terreni coltivati; 5.194 operatori

 

«Prosegue la crescita a doppie cifre delle superfici coltivate con metodo biologico in Emilia Romagna: il 2017 – spiega Paolo Parisini, presidente nazionale e regionale del Biologico di Confagricoltura – ha registrato un aumento di oltre il 20% (dati Sinab) rispetto all’anno precedente, che si è chiuso a quota 117.289 ettari complessivi pari all’11,3% della superficie agricola utilizzata. Inoltre, sono proprio le aziende che producono e trasformano quelle che mettono a segno l’incremento maggiore. Ciò significa che l’operatore bio punta (più di altri) al consumatore finale per migliorare la redditività aziendale».

Il comparto biologico dell’Emilia Romagna fa leva su 5.194 operatori suddivisi tra aziende produttrici, trasformatrici e importatrici -, in base all’Elenco degli operatori biologici della Regione Emilia-Romagna, che viene aggiornato in tempo reale. Di cui, il 67,84% rappresenta esclusivamente il comparto dei produttori di materie prime bio, vegetali e animali; l’11,46% produce e trasforma e oltre il 20% circa è costituito da magazzini di confezionamento dell’ortofrutta, ma anche da salumifici, cantine, macelli, frantoi, mulini, caseifici e forni fino alle aziende che svolgono solo la commercializzazione o l’importazione.

Tra le province al top, cioè quelle più consistenti, spicca Parma con 850 operatori; Forlì-Cesena con 735 e Bologna con 727 – nel capoluogo regionale e a Parma si concentra anche il maggior numero di aziende agroindustriali. Seguono Modena (654), Reggio Emilia (540) e Piacenza (513). Infine Ravenna, Ferrara e Rimini.

Qualche informazione in più sul profilo dell’operatore bio emiliano-romagnolo si evince dallo studio condotto da Confagricoltura Emilia Romagna su un campione di 573 aziende associate, di grandi dimensioni – con superficie media di 79 ettari – e orientate all’export, che coltivano complessivamente 45.178 ettari ossia un terzo dei terreni destinati in regione ad agricoltura biologica: l’operatore bio ha un marcato spirito imprenditoriale legato al territorio e alla sua biodiversità; è tendenzialmente over 40 (il 90,5%), di sesso maschile (71,2%), con ditta individuale (65%), e opera in pianura (54,8%) come anche in montagna (19,8%).

«Ora stiamo lavorando – conclude il presidente Parisini – per dare vita a filiere virtuose in grado di valorizzare al meglio le produzioni e conferire alle imprese stabilità di reddito e mercato. Un ruolo strategico potrà essere svolto, laddove vi siano le condizioni, dai “Distretti del cibo bio” lungo la dorsale dell’Appennino emiliano-romagnolo, secondo le nuove linee indicate dal Mipaaf. Con l’obiettivo di incentivare lo sviluppo di una moderna agricoltura biologica e, al contempo, valorizzare il territorio nell’ambito di accordi interprofessionali che garantiscano redditività alle aziende. Per foggiare il futuro, dobbiamo ragionare in termini di territorialità e biodiversità, legando sempre più il prodotto biologico al territorio d’origine e, quindi, anche alle Dop e alle Igp. L’imprenditore più competitivo sui mercati esteri sarà colui che unirà il valore della produzione biologica al patrimonio storico-culturale del luogo di provenienza».

Confagricoltura Emilia-Romagna farà il punto lunedì 29 gennaio a Bologna, al convegno “Il biologico nel futuro delle aziende agricole” (alle ore 9.30, presso l’Hotel Savoia Regency, via del Pilastro 2). Interverranno, tra gli altri, Giampiero Reggidori, presidente CRPV; Luigi Tozzi, Area Sviluppo Sostenibile e Innovazione di Confagricoltura; Danilo Marandola del Consiglio del CREA; Antonella Giuliano, Responsabile Ufficio Produzioni Certificate e Ambiente di ISMEA e Gianni Tosi, presidente di Confagricoltura Emilia Romagna. Con le conclusioni dell’Assessore regionale all’Agricoltura Simona Caselli.

 

 

 

Ultima modifica:

I commenti sono chiusi.